IL NOSTRO SUPPORTO 2016

Nel 2016, come già accennato nei precenti post, abbiamo deciso di rinnovare il nostro impegno a fianco degli albini in Tanzania. Durante l’ultimo viaggio abbiamo realizzando la seconda parte di “Albinos, don’t let them alone”, un reportage che vuole raccontare la realtà degli albini da un punto di vista diverso rispetto a quello dello scorso anno. C’è un’enorme differenza di pensiero e mentalità fra le zone rurali, soprattutto quelle della Tanzania occidentale, e le città come Dar es Salaam. In città c’è un buon livello di educazione scolastica e quindi, nella maggior parte dei casi, gli albini sono accettati ed emancipati, anche se non mancano le difficoltà. Abbiamo avuto l’occasione di conoscere albini che hanno una famiglia, un lavoro dignitoso e che si impegnano per migliorare le loro condizioni di vita e quelle dei loro simili. Insegnanti, studenti, personale ospedaliero, taxisti, attivisti e non, tutti esempi positivi di integrazione e di lotta diretta o indiretta. Abbiamo quindi voluto documentare le loro vite per raccontare anche questo aspetto dell’albinismo in Tanzania.

Senza dubbio Josephat Torner https://faeforlife.wordpress.com/2016/02/02/josephat-torner/  è l’esempio per noi migliore di questa realtà assai variegata e articolata. È anche per questo motivo che abbiamo deciso di destinare la nostra raccolta fondi 2016 alla Josephat Torner Foundation (JTF), un’associazione recentemente creata da un gruppo di giovani laureati ispirati e motivati dalla forte personalità e dall’immensa dedizione di Josephat.

L’obiettivo di JTF è quello di aumentare la conoscenza generale sulla tematica dell’albinismo in tutto il paese, promuovendo dialogo e confronto, educazione e consapevolezza, per eliminare discriminazioni e violenze e per riconoscere le persone affette da albinismo e altre disabilità come parte integrante delle comunità di appartenenza, con gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri membri, per una società aperta a tutti, senza barriere, ostacoli, impedimenti e pregiudizi, non solo in città ma in tutta la Tanzania.

A breve aggiorneremo il nostro sito web http://www.faeforlife.org con maggiori informazioni e con la nuova galleria immagini. Comunicheremo sempre tramite la nostra pagina facebook https://www.facebook.com/faeforlife/?fref=ts i nostri eventi per concretizzare la nostra raccolta fondi di quest’anno.

Ringraziamo anticipatamente tutti quelli che parteciperanno e ci sosterranno.

It’s all about dreams.

A presto.

Lo staff di FaeforLife.

 

LETTERA DA ASANTE MARIAMU

Lascio Kabanga non prima di aver salutato tutti gli amici che ormai ho da queste parti. La mia partenza coincide con l’arrivo della lettera di ringraziamento mandata da Asante Mariamu, l’associazione che abbiamo supportato nel 2015. Voglio condividerla, prima in inglese e poi in italiano, perché è destinata a tutti voi che seguite e sostenete FaeforLife.

March 1, 2016

Dear Mr. Mignani and our friends at FaeforLife,

Thank you so much for your generous donation in support of Asante Mariamu’s work on behalf of people with albinism in Tanzania. We have seen great strides in recent years, and celebrated the first International Albinism Awareness Day last year. However, we still have a great deal of work to do. Your donation will be used to help make a difference.

In the last year, we’ve expanded our scholarship program to include 14 students in Tanzania and Uganda. We also support a sewing cooperative for women with albinism, helping them to develop skills for independence. The Kabanga Protectorate Center continues to be at the heart of our work, and we look forward to working with Mr. Mignani to improve the lives of the children and adults with your generous donation. We strive to put a human face on the issue of albinism awareness, and to focus on positive stories of empowerment.

Thank you again for joining our work, and please feel free to contact me if you have any questions.

Sincerely,

Susan Leslie DuBois
Executive Director, Asante Mariamu Foundation, Susan@Asante-Mariamu.org

 

1 marzo 2016

Cari amici di FaeforLife, voglio ringraziarvi per la vostra generosa donazione a nome di tutte le persone affette da albinismo in Tanzania.

Recentemente abbiamo notato dei progressi e lo scorso anno è stata celebrata la prima giornata mondiale dell’albinismo. Nonostante ciò c’è ancora molto lavoro da fare. La vostra donazione sarà quindi utilizzata per aiutare a fare la differenza.

Negli ultimi anni abbiamo ampliato il nostro progetto, assegnando borse di studio a 14 ragazzi albini in Tanzania e Uganda. Inoltre, diamo il nostro contributo ad una cooperativa di sarte composta da donne albine, aiutandole così a imparare un lavoro per essere economicamente indipendenti.

Il centro di protezione di Kabanga continua ad essere al centro della nostra attenzione e, grazie alla vostra donazione, speriamo di collaborare con il Sig.Mignani per migliorare la vita dei bambini e degli adulti ospitati nel centro.

Grazie ancora per esservi uniti al nostro lavoro. 

Susan Leslie DuBois.

Direttore esecutivo di Asante Mariamu Foundation, Susan@Asante-Mariamu.org.

A questo punto non posso fare altro che ringraziare tutte le persone che, con il loro sostegno durante il 2015, hanno reso possibile la nostra raccolta fondi e quindi la nostra donazione.

Ormai anche l’esperienza di quest’anno qui in Tanzania sta per finire. Prima di raggiungere Dar es Salaam dove ritroverò Josephat e gli amici della Josephat Torner Foundation, farò un piccolo viaggio tutto personale nel mondo equo e solidale delle cooperative del caffè, prima a Bukoba dove la Kagera Cooperative Union produce la qualità robusta e poi a Moshi dove la Kilimanjaro Native Cooperative Union produce arabica.

A presto per gli aggiornamenti sulla nostra campagna 2016. Vi anticipo solo che ovviamente saremo ancora a fianco delle persone albine qui in Tanzania.

Saluti.

Jack. 

 

 

NYARUSUGU REFUGEES CAMP

 

La Tanzania è una nazione che collabora da molto tempo con l’alto commissariato delle nazioni unite che si occupa dei rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR). Infatti, da parecchie decine di anni, riceve rifugiati soprattutto dal Congo e dal Burundi.
Nyarugusu, nella regione di Kigoma, è il campo profughi più grande del paese, uno dei maggiori in Africa. Attualmente conta più di 100.000 ospiti. La maggior parte di essi sono rifugiati del Congo arrivati dal 1997 a causa della guerra civile. Molti arrivano dalla regione Orientale e dalle regioni del Nord e Sud Kivu. È ancora attuale l’instabilità di queste regioni causata da troppi anni di violenza per gestire gli enormi interessi delle miniere di oro e di coltan. A Nyarugusu c’è anche molta gente che arriva dal Burundi. A quelli arrivati all’epoca della guerra civile negli anni novanta tra hutu e tutsi, originariamente situati al campo di Mtabila, si sono aggiunti negli ultimi mesi decine di migliaia di nuovi arrivi. Questa volta la causa è la smania di potere del presidente Nkuruziza che, nonostante abbia terminato il suo secondo mandato e secondo la costituzione se ne dovrebbe andare a casa, proprio non ne vuol sapere di lasciare la sua poltrona e ha deciso di rimanere e di combattere duramente l’opposizione. A Bujumbura e dintorni si spara.
Così, il campo di Nyarugusu, pochi mesi fa ha raggiunto un punto critico. Sovraffollatto all’inverosimile, il problema maggiore per tutte le organizzazioni presenti era garantire a tutti rifornimenti di cibo, l’accesso all’acqua potabile e l’assistenza sanitaria. Per questo motivo sono stati riattivati altri campi profughi, Mduta e Mtendeli, per ricollocare almeno 50.000 burundesi e decongestionare così Nyarugusu.

Dopo vari tentativi e settimane di attesa, ho finalmente ottenuto il permesso rilasciato dal ministero dell’interno per poter visitare il campo di Nyarugusu. Non è stato semplice ottenerlo. Per via diretta è stato praticamente impossibile non avendo l’accredito della stampa. Mi sono allora rivolto, tramite una conoscenza, ad una grossa organizzazione umanitaria, International Rescue Committee (IRC), che lavora con i rifugiati in varie zone del mondo. Tramite il loro canale sono riuscito ad ottenere quello che volevo, anche se con molti limiti di movimento. Ovviamente un campo profughi non è un parco giochi e capisco le limitazioni imposte ai visitatori, qualunque sia il motivo della visita. Mi aggrego così alla squadra di IRC e seguo in modo particolare Subira, la responsabile del progetto di assistenza alle persone più svantaggiate, nella quale rientrano gli albini. Subira conosce il mio interesse per questa tematica e allora mi porta a visitare le sistemazioni di alcune famiglie con figli albini che fanno parte del progetto per ascoltare lo loro storie. Purtroppo, anche in Congo e soprattutto in Burundi, l’atteggiamente verso queste persone è caratterizzato da discriminazione e violenza. In Burundi in realtà erano 4 anni che non si registravano casi di violenza contro persone albine ma, approfittando probbilmente del caos attuale, settimana scorsa una bambina di soli 5 anni è stata uccisa e smembrata.

Una volta passato il mercato comunitario situato all’ingresso principale del campo dove gli abitanti dei villaggi limitrofi vendono le loro mercanzie, visito prima la parte del campo destinata ai rifugiati del Burundi. C’è gente ovunque e la situazione è molto più complessa rispetto alla zona dei congolesi, presenti da più tempo in questo campo. L’arrivo a Nyarugusu prevede prima la sistemazione in grandi tende, mass shelters, da condividere con altre persone. Sono aree di transizione dove, dopo la registrazione, la gente attende di ricevere una tenda familiare ed avere così un po’ più di spazio e di privacy.
Visitiamo quindi una tenda di una donna sola con tre bambine albine. Racconta la sua lunga storia e capisco che solo il suo amore di mamma e la sua grande volontà hanno salvato più volte le figlie dall’essere rapite o fatte a pezzi. Ora, in attesa del marito che non sa esattamente dove sia, prova a ricominciare una vita qui, in mezzo a tanta altra gente che come lei vive in condizioni precarie . La seconda tenda che visitiamo è quella di un ragazzo albino solo, che ha perso prima i genitori durante la guerra civile, e successivamente moglie e figlia in un incidente. Da poco a Nyarugusu, gli è stata assegnata una tenda molto piccola, nella quale ci stiamo a malapena in due. È scappato dal Burundi perchè come tutti era troppo spaventato per rimanere nel suo paese, specialmente per la sua condizione di albino.

Ci spostiamo nella parte destinata ai congolesi. Si vede che sono ormai vent’anni che vivono in questo luogo che è diventato la loro terra. Non ci sono tende ma case di mattoni e scuole. Sembra quasi di essere in un villaggio qualsiasi e, apparentemente, tutto sembra funzionare meglio. Rimane comunque un campo profughi dove le persone sono limitate nello spazio, un luogo dove in teoria si dovrebbe rimanere per un tempo limitato, in pratica nessuno lo sa. Le tempistiche per chi richiede asilo politico sono molto lunghe e complesse, non solo in Italia. Ci si perde nella burocrazia, nei ritardi, nella confusione delle leggi e si finisce in un limbo di speranza infinita nel quale ci si arrendere all’attesa e si cerca di vivere nel modo più dignitoso possibile. Molti bambini sono nati e cresciuti in luoghi come Nyarugusu, il campo profughi è casa loro.

Per capire meglio la realtà di un luogo del genere e le dinamiche sociali che si creano al suo interno ci vorrebbe molto più tempo. Il mio però è già scaduto e non posso fare altro che osservare questa massa di persone costrette a vivere in queste condizioni. Nel viaggio di ritorno a casa non ho molta voglia di parlare. Rimango solo con le mie domande e le miei dubbi, in silenzio. Ci sono poche cose, tanto assordanti, quanto il silenzio.

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RITORNO A KABANGA

Dopo un lungo viaggio attraversando la Tanzania, dall’oceano Indiano al lago Tanganica, sono a Kabanga ormai da una settimana. Ho ritovato molti volti conosciuti e moltri altri nuovi, ancora da conoscere. Il numero di ospiti nel centro è aumentato rispetto allo scorso anno, in particolar modo quello delle persone albine che ormai sono più di un centinaio.
Ho iniziato a visitare il centro quotidianamente. I vari dormitori, la cucina, gli spazi in comune. Incontro alcuni bambini che fino a pochi mesi fa avevano paura di me in quanto bianco e straniero ma che quest’anno mi tempestano fin da subito di attenzioni e domande che, ahimè, non comprendo. Sono particolarmente felice di trovare in buono stato le piante che avevo piantato lo scorso anno insieme ad alcuni ragazzi, cresciute di qualche decina di centimetri e che fra qualche anno renderanno il contesto un po’ più piacevole almeno alla vista. Alcune hanno già dato i primi frutti, come la passiflora e il suo frutto della passione. Mi imbatto anche in persone mai viste prima, da poco a Kabanga ed è proprio di una di loro che vi voglio parlare oggi.

Mi accorgo subito che c’è qualcosa di strano perchè stringe la mia mano destra con la sua sinistra e il lato destro del suo busto è coperto da un velo. Elisa, 27 anni, da pochi mesi ospite nel centro, è una ragazza albina. Lo scorso maggio, di notte, è stata attaccata da tre estranei nel suo villaggio situato a pochi kilometri di distanza dalla cittá di Mpanda, Tanzania occidentale. Dopo essersi assicurati di non essere ostacolati nel loro intento intrappolando in un’altra abitazione il padre e il fratello, i tre malintenzionati hanno fatto irruzione in casa di Elisa e le hanno tagliato di netto l’avambraccio destro e se la sono data a gambe levate. Pochi giorni dopo il fattaccio i tre sono stati intercettati dalla polizia e hanno dichiarato di essere stati mandati e pagati da una quarta persona che però, ad oggi, non è stata ancora rintracciata come non è stato ancora trovato lo stregone che ha innescato tutto ciò. Ricordo che, specialmente in queste regioni più remote della Tanzania, gli stregoni con le loro presunte doti innate, riescono ancora a far credere alla gente di avere una soluzione per tutti i tipi di problemi. P2130066
Dopo essere stata ricoverata in ospedale, Elisa era troppo spaventata per rimanere a casa sua e, a malincuore, ha deciso di trasferirsi nel centro di protezione di Kabanga. Dopo il trauma subito, il suo corpo non è stato più in grado di produrre il latte materno e così ha dovuto separarsi anche dal figlio di alcuni mesi lasciandolo con il resto dei suoi famigliari. Mi racconta la sua storia, ma ciò che non riesco a comprendere e decifrare del tutto sono le sue emozioni, anche guardandola negli occhi. Sembra che mi stia raccontando un qualunque episodio della sua vita. Probabilmente, essendo uno sconosiuto per lei, fa bene a non dirmi o farmi capire tutto quello che prova e sente. Posso quindi solo immaginare cosa significhi subire una violenza del genere ed essere costretti a lasciare i propri cari per la troppa paura che qualcosa di tremendo possa ancora succedere, ad avere quindi oltre a un trauma fisico anche una bella botta a livello psicologico.
Forse è proprio il supporto psicologico quello che più manca a tutte quelle persone che sono forzate a rimanere nei centri di protezione. Molte, anche se non hanno subito alcun tipo di violenza, sicuramente soffrono mentalmente perchè vivono distanti dalle loro famiglie e sradicate dalla loro terra.

Vi lascio con un’immagine un po’ più allegra, perchè sono ancora molti i bambini che vivono spensierati nei vari centri grazie alla loro giovane età che non gli permette di capire determinate dinamiche sociali e porsi domande sulla loro condizione umana. Sono ancora molti, ed è proprio per questo che c’è ancora parecchio da lavorare perchè un giorno possano tranquillamente tornare a casa loro e perchè quello che è accaduto ad Elisa, non accada mai più a nessuno.

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A presto.

Giacomo.

JOSEPHAT TORNER

Josephat Torner è un attivista da sempre in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti degli albini in Tanzania, uno di quelli che sposa una causa e fino all’ultimo dei suoi giorni non la lascierà. Non a caso spesso cita Mandela.

Ritrovo Josephat a Dar es Salaam dopo quasi un anno di distanza dall’ultimo incontro, ancor più motivato di quanto lo fosse quando lo lasciai, nonostante la sua battaglia sia ad armi impari, contro una mentalità ottusa e un governo troppo debole nel prendere decisioni e provvedimenti adeguati.

In casa di una sua amica mi racconta gli sviluppi riguardanti la sua attività. Segretario generale della Tanzania Albinism Society (TAS) e collaboratore di alcune ONG internazionali, con il supporto di alcuni giovani laureati e motivati, ispirati dalla sua forte personalità, recentemente ha fondato la Josephat Torner Foundation (JTF) per dare ancor più concretezza al suo lavoro.

Fin da bambino deve superare la discriminazione e l’isolamento a causa del colore della sua pelle. Riesce, non senza sofferenza, a crescere e a studiare fino ad ottenere una laurea in management and leadership. Sposa una donna nera nonostante i genitori di lei non volessero saperne e mette su famiglia contro tutto e tutti. Dentro di lui però bruciano ancora le ferite ed è per questo che non ha mai dimenticato tutti gli albini in Tanzania e mai lo farà.

P1260459 - CopyLo seguo per una settimana a Dar es Salaam, nella sede della TAS all’Ocean Road Hospital, l’ufficio della JTF, e i suoi vari appuntamenti in varie zone della città.
All’Ocean Road Hospital si curano, in modo particolare, i casi di cancro. Josephat coordina e assiste per la TAS i pazienti albini ricoverati in ospedale, molto esposti al cancro alla pelle per la mancanza di melanina. Riceve anche molte persone, soprattutto albini, con le loro richieste di ogni genere, da un giovane che vuole scrivere un libro a un vecchio medico tradizionale che dice di avere una formula per curare il cancro con le sue erbe. 

All’ufficio JTF lo trovo impegnato con un suo collaboratore nella stesura del discorso che sarà invitato a tenere presso TEDxWarwick, un’ottima opportunità per raggiungere l’opinione pubblica, anche se la sua battaglia è già abbastanza nota soprattutto nel Regno Unito grazie anche ad un documentario, “In the shadow of the sun” che racconta la sua vita parallelamente a quella di un bambino albino. Torneremo in quest’ufficio alcuni giorni dopo, dove avrò il piacere di conoscere tutto lo staff di JTF, durante una riunione dove definiscono i loro movimenti durante le prossime settimane.

Fra uno spostamento e l’altro nella convulsa Dar es Salaam, mi dice che il 2015 è stato un anno abbastanza positivo nonostante nei primi mesi si siano registrati casi di violenza contro alcuni cittadini albini. Questi atti ignobili sono diminuiti ma non scomparsi del tutto. Le recenti elezioni politiche hanno portato in parlamento un albino, Abdallah Possi, che da quella posizione, potrà lavorare per ottenere qualche provvedimento in più in difesa dei diritti di tutte le persone discriminate, anche se forse è troppo solo.

Girovagando per la città ho comunque notato un’enorme differenza d’atteggiamento verso gli albini rispetto alla situazione nelle regioni dei grandi laghi, dove violenze e discriminazione sono molto più diffuse. A Dar ho potuto notare una certa libertà di movimento e un’emancipazione che non esiste in altre parti del paese. Ho visto Josephat andare dove voleva per le sue attività, ho visto donne albine camminare per strada senza attirare nessun tipo d’attenzione o sguardi strani, ho visto albini in ospedale condividere la stanza con altri pazienti senza aver bisogno della guardia armata, ho visto bambini e ragazzi albini tranquillamente andare a scuola con i loro compagni, ho addirittura visto un albino guidare un mototaxi, cosa molto strana considerando che gli albini sono ipovedenti. Ho visto molti esempi di integrazione. Ho visto la normalità.

Ci sono però ancora 21 centri di protezione aperti che ospitano più di 1000 persone sparpagliati per tutto il paese, luoghi non certo adeguati per l’emancipazione, come avrete potuto notare anche dal nostro reportage dello scorso anno da Kabanga. Le maggior parte sono bambini che arrivano da comunità delle zone più remote e isolate del paese che non sono ancora culturalmente pronte e trattarli normalmente e garantirgli i diritti necessari per una vita dignitosa. La strada da percorrere quindi è ancora molto lunga, mi dice Josephat guardandomi con quel suo sorriso consapevole di questa realtà ma che non ha mai perso la speranza.

Io per ora lo saluto, incroceremo il nostro cammino altre volte in queste settimane. Intanto mi dirigo proprio verso quelle regioni dove il problema è ancora ingente. Tornerò ovviamente a fare visita agli amici del centro di protezione di Kabanga, nella regione di Kigoma. Bus o treno, saranno le piogge a deciderlo. I km sono molti, quindi ora è meglio lasciare il pc e partire…

A presto. Stay tuned.

LETTERA DA KANKAO

Con un po’ di ritardo pubblichiamo la lettera di ringraziamento ricevuta dalle suore del centro Mtendere di Kankao, Malawi…

Kankao, 20 febbraio 2015

Carissimi Giacomo e amici dell’ONLUS FaeforLife, davvero non sappiamo come ringraziarvi per tanta generosità verso la nostra missione. Quello che più ci commuove è la grande dedizione di Giacomo & friends verso i nostri bambini. Sappiamo che avete lavorato un anno intero per loro e per i tanti bisogni della terra malawiana. Quest’anno purtroppo è iniziato per i malawiani con gravi problemi, la stagione delle piogge anziché arrecare speranza, ha portato con sé diverse alluvioni in tutto il paese, molti hanno perso tutto, ma a tutti i livelli, governo, Paesi confinanti, ONG ed enti vari tra cui la Chiesa Cattolica, si sta facendo qualcosa.

Attraverso i racconti e le foto di Giacomo, avete iniziato a conoscere questo splendido paese, ma soprattutto a incontrarne i volti … la bellezza e la ricchezza degli incontri, della condivisione, questo è il dono più bello da custodire e conservare “nello zaino”!
I bambini dell’ Mtendere, ringraziano per i tanti doni ricevuti, magliette, giochi, colori, ma soprattutto per il tempo a loro dedicato, per le partite a carponi con giocate e goal impensabili, per l’Msima che Giacomo e Marco hanno cucinato per loro, per tutti questi frammenti preziosi di vita condivisa. Loro aspettano ogni anno Giacomo, anche per una visita fugace… le urla gioiose del“Welcoming” ed i canti sgorgano dai loro cuori.

A tutti voi carissimi amici, vi doniamo questo augurio: possano davvero le vostre passioni unirsi sempre più e raggiungere altri, con condivisioni semplici, profonde e vere.

Vi raggiunga la nostra benedizione assieme a quella del Signore, con profonda riconoscenza, un abbraccio a tutti voi.

Le suore della comunità di Kankao – Malawi.

TIME TO SAY GOODBYE

Passano i giorni qui a Kabanga e ormai è arrivato il momento di salutare le persone che ho conosciuto in questo mio soggiorno.

Saluto e ringrazio Mr. Kambi, il direttore del centro, per la sua amicizia, per avermi accolto senza problemi e per avermi lasciato carta bianca durante tutte le attività.

Saluto tutti gli altri maestri della scuola frequentata dagli albini e dagli altri ragazzi del centro per la loro immancabile cortesia.

Saluto tutti quelli che ho conosciuto all’interno delle mura del centro. Matron per esempio, una signora di quasi due metri e quasi cento kg che lavora come volontaria. Assite i ragazzi in caso di problemi di salute e li accompagna all’ospedale nei casi più gravi e non risparmia bacchettate quando scopre che qualche albino non si è messo la crema solare o il cappello. “Mafuta! Kofia!” (crema! cappello!) la si sente spesso urlare…

Saluto la super cuoca Scolastica, lei i cento kg li supera sicuramente. Due braccia che batterebbero quelle di tanti uomini in prove di forza, allenate da anni di preparazione dell’ugali, la polenta locale, per quasi duecento persone…

Saluto Berthold e Gilbert, i due ragazzi di cui vi ho parlato nel post precedente. Compagni di lavoro e risate, li ringrazio per le mille traduzioni simultanee swahili/inglese e inglese/swahili. Spero di cuore che i loro desideri si possano avverare, se lo meritano veramente…

Saluto Bibi (nonna), la più anziana del gruppo. 55 anni ma ne dimostra molti di più, la vita non è semplice in Tanzania, soprattutto se sei albino e anche il sole diventa un tuo nemico. Non le manca però la forza di lavorare, il buon umore e l’affetto per tutti i più piccoli. La ringrazio in particolar modo per avermi raccontato la sua vita e i le discriminazioni che ha dovuto subire…

Saluto Jatibu, un ragazzino albino di dieci anni circa, super curioso e molto intelligente che suona il tamburo come pochi sanno fare. Lo ringrazio per avermi svelato qualche segreto in merito…

Saluto Winnie Frida, la bambina più tenera del centro anche se a volte lunatica. La ringrazio per aver sopportato le mie abbondanti coccole e i miei mille scherzi…

Saluto Elina, la mia maestra del linguaggio dei segni. Una ragazza sordomuta con un sorriso incantevole. Tanti momenti trascorsi insieme e tanti discorsi tentati e improvvisati. Vorrei solo poterti dire di più, prometto di migliorare…

OLYMPUS DIGITAL CAMERAWe can’t reach any higher if we can’t feel ordinary love. Li saluto tutti scrivendo questa frase su una parete del centro. Si tratta di questo, amore incondizionato per tutto e tutti. Fratelli e sorelle di altre razze, di un’altro colore ma con lo stesso cuore. In questo centro ho imparato ad essere anche io albino, sordomuto, cieco e disabile… grazie a tutti.

Ora la mia destinazione è Dar es Salaam, senza fretta ovviamente. Aspetto il giorno del mio rientro in Italia e intanto mi godo questo splendido paese. A presto. Giacomo